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Testo integrale del discorso di Papa Francesco alla 66.ma Assemblea generale del

Testo integrale del discorso di Papa Francesco alla 66.ma Assemblea generale del - Associazione Aurlindin Onlus

Testo integrale del discorso di Papa Francesco alla 66.ma Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana:

 

 

A me sempre ha colpito come finisce questo dialogo fra Gesù e Pietro: “Seguimi!” (Gv 21,19). L’ultima parola. Pietro era passato per tanti stati d’animo, in quel momento: la vergogna, perché si ricordava delle tre volte che aveva rinnegato Gesù, e poi un po’ di imbarazzo, non sapeva come rispondere, e poi la pace, è stato tranquillo, con quel “Seguimi!”. Ma poi, è venuto il tentatore un’altra volta, la tentazione della curiosità: “Dimmi, Signore, e di questo [l’apostolo Giovanni] che puoi dirmi? Cosa succederà a questo?”. “A te non importa. Tu, seguimi”. Io vorrei andarmene con questo messaggio, soltanto… L’ho sentito mentre ascoltavo questo: “A te non importa. Tu, seguimi”. Quel seguire Gesù: questo è importante! E’ più importante da parte nostra. A me sempre, sempre ha colpito questo…

 

Vi ringrazio di questo invito, ringrazio il Presidente delle sue parole. Ringrazio i membri della Presidenza… Un giornale diceva, dei membri della Presidenza, che “questo è uomo del Papa, questo non è uomo del Papa, questo è uomo del Papa…”. Ma la presidenza, di cinque-sei, sono tutti uomini del Papa!, per parlare con questo linguaggio “politico”… Ma noi dobbiamo usare il linguaggio della comunione. Ma la stampa a volte inventa tante cose, no?

 

Nel preparami a questo appuntamento di grazia, sono tornato più volte sulle parole dell’Apostolo, che esprimono quanto ho – quanto abbiamo tutti – nel cuore: “Desidero ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi ed io” (Rm 1, 11-12).

 

Ho vissuto quest’anno cercando di pormi sul passo di ciascuno di voi: negli incontri personali, nelle udienze come nelle visite sul territorio, ho ascoltato e condiviso il racconto di speranze, stanchezze e preoccupazioni pastorali; partecipi della stessa mensa, ci siamo rinfrancati ritrovando nel pane spezzato il profumo di un incontro, ragione ultima del nostro andare verso la città degli uomini, con il volto lieto e la disponibilità a essere presenza e vangelo di vita.

 

In questo momento, unite alla riconoscenza per il vostro generoso servizio, vorrei offrirvi alcune riflessioni con cui rivisitare il ministero, perché si conformi sempre più alla volontà di Colui che ci ha posto alla guida della sua Chiesa.

 

A noi guarda il popolo fedele. Il popolo ci guarda! Io ricordo un film: “I bambini ci guardano”, era bello. Il popolo ci guarda. Ci guarda per essere aiutato a cogliere la singolarità del proprio quotidiano nel contesto del disegno provvidenziale di Dio. E’ missione impegnativa la nostra: domanda di conoscere il Signore, fino a dimorare in Lui; e, nel contempo, di prendere dimora nella vita delle nostre Chiese particolari, fino a conoscerne i volti, i bisogni e le potenzialità. Se la sintesi di questa duplice esigenza è affidata alla responsabilità di ciascuno, alcuni tratti sono comunque comuni; e oggi vorrei indicarne tre, che contribuiscono a delineare il nostro profilo di Pastori di una Chiesa che è, innanzitutto, comunità del Risorto, quindi suo corpo e, infine, anticipo e promessa del Regno.

 

In questo modo intendo anche venire incontro – almeno indirettamente – a quanti si domandano quali siano le attese del Vescovo di Roma sull’Episcopato italiano.

 

1. Pastori di una Chiesa che è comunità del Risorto.

 

Chiediamoci, dunque: Chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?

 

La fede, fratelli, è memoria viva di un incontro, alimentato al fuoco della Parola che plasma il ministero e unge tutto il nostro popolo; la fede è sigillo posto sul cuore: senza questa custodia, senza la preghiera assidua, il Pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo, finendo per stemperare lo scandalo della croce nella sapienza mondana.

 

Le tentazioni, che cercano di oscurare il primato di Dio e del suo Cristo, sono “legione” nella vita del Pastore: vanno dalla tiepidezza, che scade nella mediocrità, alla ricerca di un quieto vivere, che schiva rinunce e sacrificio. E’ tentazione la fretta pastorale, al pari della sua sorellastra, quell’accidia che porta all’insofferenza, quasi tutto fosse soltanto un peso. Tentazione è la presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull’abbondanza di risorse e di strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo. Tentazione è accomodarsi nella tristezza, che mentre spegne ogni attesa e creatività, lascia insoddisfatti e quindi incapaci di entrare nel vissuto della nostra gente e di comprenderlo alla luce del mattino di Pasqua.

 

Fratelli, se ci allontaniamo di Gesù Cristo, se l’incontro con Lui perde la sua freschezza, finiamo per toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative. Perché i piani pastorali servono, ma la nostra fiducia è riposta altrove: nello Spirito del Signore, che – nella misura della nostra docilità – ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione.

 

Per evitare di arenarci sugli scogli, la nostra vita spirituale non può ridursi ad alcuni momenti religiosi. Nel succedersi dei giorni e delle stagioni, nell’avvicendarsi delle età e degli eventi, alleniamoci a considerare noi stessi guardando a Colui che non passa: spiritualità è ritorno all’essenziale, a quel bene che nessuno può toglierci, la sola cosa veramente necessaria. Anche nei momenti di aridità, quando le situazioni pastorali si fanno difficili e si ha l’impressione di essere lasciati soli, essa è manto di consolazione più grande di ogni amarezza; è metro di libertà dal giudizio del cosiddetto “senso comune”; è fonte di gioia, che ci fa accogliere tutto dalla mano di Dio, fino a contemplarne la presenza in tutto e in tutti.

 

Non stanchiamoci, dunque, di cercare il Signore – di lasciarci cercare da Lui –, di curare nel silenzio e nell’ascolto orante la nostra relazione con Lui. Teniamo fisso lo sguardo su di Lui, centro del tempo e della storia; facciamo spazio alla sua presenza in noi: è Lui il principio e il fondamento che avvolge di misericordia le nostre debolezze e tutto trasfigura e rinnova; è Lui ciò che di più prezioso siamo chiamati a offrire alla nostra gente, pena il lasciarla in balìa di una società dell’indifferenza, se non della disperazione. Di Lui – anche se lo ignorasse – vive ogni uomo. In Lui, Uomo delle Beatitudini – pagina evangelica che torna quotidianamente nella mia meditazione – passa la misura alta della santità: se intendiamo seguirlo, non ci è data altra strada. Percorrendola con Lui, ci scopriamo popolo, fino a riconoscere con stupore e gratitudine che tutto è grazia, perfino le fatiche e le contraddizioni del vivere umano, se queste vengono vissute con cuore aperto al Signore, con la pazienza dell’artigiano e con il cuore del peccatore pentito.

 

La memoria della fede è così compagnia, appartenenza ecclesiale: ecco il secondo tratto del nostro profilo.

 

2. Pastori di una Chiesa che è corpo del Signore

 

Proviamo, ancora, a domandarci: che immagine ho della Chiesa, della mia comunità ecclesiale? Me ne sento figlio, oltre che Pastore? So ringraziare Dio, o ne colgo soprattutto i ritardi, i difetti e le mancanze? Quanto sono disposto a soffrire per essa?

 

Fratelli, la Chiesa – nel tesoro della sua vivente Tradizione, che da ultimo riluce nella testimonianza santa di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II – è l’altra grazia di cui sentirci profondamente debitori. Del resto, se siamo entrati nel Mistero del Crocifisso, se abbiamo incontrato il Risorto, è in virtù del suo corpo, che in quanto tale non può che essere uno. E’ dono e responsabilità, l’unità: l’esserne sacramento configura la nostra missione. Richiede un cuore spogliato di ogni interesse mondano, lontano dalla vanità e dalla discordia; un cuore accogliente, capace di sentire con gli altri e anche di considerarli più degni di se stessi. Così ci consiglia l’apostolo.

 

In questa prospettiva suonano quanto mai attuali le parole con cui, esattamente cinquant’anni fa, il Venerabile Papa Paolo VI – che avremo la gioia di proclamare beato il prossimo 19 ottobre, a conclusione del Sinodo Straordinario dei Vescovi sulla famiglia – si rivolgeva proprio ai membri della Conferenza Episcopale Italiana e poneva come “questione vitale per la Chiesa” il servizio all’unità: “E’ venuto il momento (e dovremmo noi dolerci di ciò?) di dare a noi stessi e di imprimere alla vita ecclesiastica italiana un forte e rinnovato spirito di unità”. Vi sarà dato oggi questo discorso. E’ un gioiello. E’ come se fosse stato pronunciato ieri, è così.

 

Ne siamo convinti: la mancanza o comunque la povertà di comunione costituisce lo scandalo più grande, l’eresia che deturpa il volto del Signore e dilania la sua Chiesa. Nulla giustifica la divisione: medio cedere, meglio rinunciare – disposti a volte anche a portare su di sé la prova di un ingiustizia – piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio.

 

Per questo, come Pastori, dobbiamo rifuggire da tentazioni che diversamente ci sfigurano: la gestione personalistica del tempo, quasi potesse esserci un benessere a prescindere da quello delle nostre comunità; le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele che tradisce intime delusioni; la durezza di chi giudica senza coinvolgersi e il lassismo di quanti accondiscendono senza farsi carico dell’altro. Ancora: il rodersi della gelosia, l’accecamento indotto dall’invidia, l’ambizione che genera correnti, consorterie, settarismo: quant’è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso … E, poi, il ripiegamento che va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute; e la pretesa di quanti vorrebbero difendere l’unità negando le diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa…

 

Rispetto a queste tentazioni, proprio l’esperienza ecclesiale costituisce l’antidoto più efficace. Promana dall’unica Eucaristia, la cui forza di coesione genera fraternità, possibilità di accogliersi, perdonarsi e camminare insieme; Eucaristia, da cui nasce la capacità di far proprio un atteggiamento di sincera gratitudine e di conservare la pace anche nei momenti più difficili: quella pace che consente di non lasciarsi sopraffare dai conflitti – che poi, a volte, si rivelano crogiolo che purifica – come anche di non cullarsi nel sogno di ricominciare sempre altrove.

 

Una spiritualità eucaristica chiama a partecipazione e collegialità, per un discernimento pastorale che si alimenta nel dialogo, nella ricerca e nella fatica del pensare insieme: non per nulla Paolo VI, nel discorso citato – dopo aver definito il Concilio “una grazia”, “un’occasione unica e felice”, “un incomparabile momento”, “vertice di carità gerarchica e fraterna”, “voce di spiritualità, di bontà e di pace al mondo intero” – ne addita, quale “nota dominante”, la “libera e ampia possibilità d’indagine, di discussione e di espressione”. E questo è importante, in un’assemblea. Ognuno dice quello che sente, in faccia, ai fratelli; e questo edifica la Chiesa, aiuta. Senza vergogna, dirlo, così…

 

E’ questo il modo, per la Conferenza episcopale, di essere spazio vitale di comunione a servizio del’unità, nella valorizzazione delle diocesi, anche delle più piccole. A partire dalle Conferenze regionali, dunque, non stancatevi di intessere tra voi rapporti all’insegna dell’apertura e della stima reciproca: la forza di una rete sta in relazioni di qualità, che abbattono le distanze a avvicinano i territori con il confronto, lo scambio di esperienze, la tensione alla collaborazione.

 

I nostri sacerdoti, voi lo sapete bene, sono spesso provati dalle esigenze del ministero e, a volte, anche scoraggiato dall’impressione dell’esiguità dei risultati: educhiamoli a non fermarsi a calcolare entrate e uscite, a verificare se quanto si crede di aver dato corrisponde poi al raccolto: il nostro – più che di bilanci – è il tempo di quella pazienza che è il nome dell’amore maturo, la verità del nostro umile, gratuito e fiducioso donarsi alla Chiesa. Puntate ad assicurare loro vicinanza e comprensione, fate che nel vostro cuore possano sentirsi sempre a casa; curatene la formazione umana, culturale, affettiva e spirituale; l’Assemblea straordinaria del prossimo novembre, dedicata proprio alla vita dei presbiteri, costituisce un’opportunità da preparare con particolare attenzione.

 

Promuovete la vita religiosa: ieri la sua identità era legata soprattutto alle opere, oggi costituisce una preziosa riserva di futuro, a condizione che sappia porsi come segno visibile, sollecitazione per tutti a vivere secondo il Vangelo. Chiedete ai consacrati, ai religiosi e alle religiose di essere testimoni gioiosi: non si può narrare Gesù in maniera lagnosa; tanto più che, quando si perde l’allegria, si finisce per leggere la realtà, la storia e la stessa propria vita sotto una luce distorta.

 

Amate con generosa e totale dedizione le persone e le comunità: sono le vostre membra! Ascoltate il gregge. Affidatevi al suo senso di fede e di Chiesa, che si manifesta anche in tante forme di pietà popolare. Abbiate fiducia che il popolo santo di Dio ha il polso per individuare le strade giuste. Accompagnate con larghezza la crescita di una corresponsabilità laicale; riconoscete spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani: con le loro intuizioni e il loro aiuto riuscirete a non attardarvi ancora su una pastorale di conservazione – di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente – per assumere, invece, una pastorale che faccia perno sull’essenziale. Come sintetizza, con la profondità dei semplici, Santa Teresa di Gesù Bambino: “Amarlo e farlo amare”. Sia il nocciolo anche degli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi che affronterete in queste giornate.

 

Fratelli, nel nostro contesto spesso confuso e disgregato, la prima missione ecclesiale rimane quella di essere lievito di unità, che fermenta nel farsi prossimo e nelle diverse forme di riconciliazione: solo insieme riusciremo – e questo è il tratto conclusivo del profilo del Pastore – a essere profezia del Regno.

 

3. Pastori di una Chiesa anticipo e promessa del Regno

 

A questo proposito, chiediamoci: Ho lo sguardo di Dio sulle persone e sugli eventi? “Ho avuto fame…, ho avuto sete…, ero straniero…, nudo…, malato…, ero in carcere” (Mt 25,31-46): temo il giudizio di Dio? Di conseguenza, mi spendo per spargere con ampiezza di cuore il seme del buon grano nel campo del mondo?

 

Anche qui, si affacciano tentazioni che, assommate a quelle su cui già ci siamo soffermati, ostacolano la crescita del Regno, il progetto di Dio sulla famiglia umana. Si esprimono sulla distinzione che a volte accettiamo di fare tra “i nostri” e “gli altri”; nelle chiusure di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi curare pure dell’ingiustizia che è causa di quelli altrui; nell’attesa sterile di chi non esce dal proprio recinto e non attraversa la piazza, ma rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada.

 

Ben altro è il respiro che anima la Chiesa. Essa è continuamente convertita dal Regno che annuncia e di cui è anticipo e promessa: Regno che è e che viene, senza che alcuno possa presumere di definirlo in modo esauriente; Regno che rimane oltre, più grande dei nostri schemi e ragionamenti, o che – forse più semplicemente – è tanto piccolo, umile e nascosto nella pasta dell’umanità, perché dispiega la sua forza secondo i criteri di Dio, rivelati nella croce del Figlio.

 

Servire il Regno comporta di vivere decentrati rispetto a se stessi, protesi all’incontro che è poi la strada per ritrovare veramente ciò che siamo: annunciatori della verità di Cristo e della sua misericordia. Verità e misericordia: non disgiungiamole. Mai! “La carità nella verità – ci ha ricordato Papa Benedetto XVI – è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (Enc. Caritas in veritate, 1). Senza la verità, l’amore di risolve in una scatola vuota, che ciascuno riempie a propria discrezione: e “un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali”, che in quanto tali non incidono sui progetti e sui processi di costruzione dello sviluppo umano (ibid., 4).

 

Con questa chiarezza, fratelli, il vostro annuncio sia poi cadenzato sull’eloquenza dei gesti. Mi raccomando: l’eloquenza dei gesti.

 

Come Pastori, siate semplici nello stile di vita, distaccati, poveri e misericordiosi, per camminare spediti e non frapporre nulla tra voi e gli altri.

 

Siate interiormente liberi, per poter essere vicini alla gente, attenti a impararne la lingua, ad accostare ognuno con carità, affiancando le persone lungo le notti delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti: accompagnatele, fino a riscaldare loro il cuore e provocarle così a intraprendere un cammino di senso che restituisca dignità, speranza e fecondità alla vita.

 

Tra i “luoghi” in cui la vostra presenza mi sembra maggiormente necessaria e significativa – e rispetto ai quali un eccesso di prudenza condannerebbe all’irrilevanza – c’è innanzitutto la famiglia. Oggi la comunità domestica è fortemente penalizzata da una cultura che privilegia i diritti individuali e trasmette una logica del provvisorio. Fatevi voce convinta di quella che è la prima cellula di ogni società. Testimoniatene la centralità e la bellezza. Promuovete la vita del concepito come quella dell’anziano. Sostenete i genitori nel difficile ed entusiasmante cammino educativo. E non trascurate di chinarvi con la compassione del samaritano su chi è ferito negli affetti e vede compromesso il proprio progetto di vita.

 

Un altro spazio che oggi non è dato di disertare è la sala d’attesa affollata di disoccupati: disoccupati, cassintegrati, precari, dove il dramma di chi non sa come portare a casa il pane si incontra con quello di chi non sa come mandare avanti l’azienda. E’ un’emergenza storica, che interpella la responsabilità sociale di tutti: come Chiesa, aiutiamo a non cedere al catastrofismo e alla rassegnazione, sostenendo con ogni forma di solidarietà creativa la fatica di quanti con il lavoro si sentono privati persino della dignità.

 

Infine, la scialuppa che si deve calare è l’abbraccio accogliente ai migranti: fuggono dall’intolleranza, dalla persecuzione, dalla mancanza di futuro. Nessuno volga lo sguardo altrove. La carità, che ci è testimoniata dalla generosità di tanta gente, è il nostro modo vivere e di interpretare la vita: in forza di questo dinamismo, il Vangelo continuerà a diffondersi per attrazione.

 

Più in generale, le difficili situazioni vissute da tanti nostri contemporanei, vi trovino attenti e partecipi, pronto a ridiscutere un modello di sviluppo che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forma di emarginazione e di esclusione. Il bisogno di un nuovo umanesimo è gridato da una società priva di speranza, scossa in tante sue certezze fondamentali, impoverita da una crisi che, più che economica, è culturale, morale e spirituale.

 

Considerando questo scenario, il discernimento comunitario sia l’anima del percorso di preparazione al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel prossimo anno: aiuti, per favore, a non fermarsi sul piano – pur nobile – delle idee, ma inforchi occhiali capaci di cogliere e comprendere la realtà e, quindi, strade per governarla, mirando a rendere più giusta e fraterna la comunità degli uomini.

 

Andate incontro a chiunque chieda ragione della speranza che è in voi: accoglietene la cultura, porgetegli con rispetto la memoria della fede e la compagnia della Chiesa, quindi i segni della fraternità, della gratitudine e della solidarietà, che anticipano nei giorni dell’uomo i riflessi della Domenica senza tramonto.

 

Cari fratelli, è grazia il nostro convenire di questa sera e, più in generale, di questa vostra assemblea; è esperienza di condivisione e di sinodalità; è motivo di rinnovata fiducia nello Spirito Santo: a noi cogliere il soffio della sua voce per assecondarlo con l’offerta della nostra libertà.

 

Vi accompagno con la mia preghiera e la mia vicinanza. E voi pregate per me, soprattutto alla vigilia di questo viaggio che mi vede pellegrino ad Amman, Betlemme e Gerusalemme a 50 anni dallo storico incontro tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora: porto con ma la vostra vicinanza partecipe e solidale alla Chiesa Madre e alle popolazioni che abitano la terra benedetta in cui Nostro Signore è vissuto, morto e risorto. Grazie.

ARTISTA CHE REALIZZA IL PROPRIO CAPOLAVORO

 

articolo a cura di Giovanni Colombo

La Felicità dell’Artista che realizza il proprio Capolavoro Il colloquio con chi si avvicina al proprio viaggio finale Il trapasso è questo: è un viaggio. L’accompagnamento di chi sa che il suo orizzonte è quello del trapasso, è difficile, doloroso, può avere i tratti della disperazione e della ribellione. Ci sono varie fasi, qui mi concentro sull’ultima fase, sulla fase terminale, della vita che volge al termine, quando ci può essere concesso dalle leggi di natura un tempo di attesa, riflessione, commiato. Con molta attenzione, pazienza, tatto, rispetto, dopo opportuna conoscenza e confidenza e disponibilità all’ascolto si può tentare un percorso assieme che porti al malato terminale, prima un po’ di serenità, poi pace, poi un progetto. Sì, l’uomo ben convive con un progetto. E’ di grande stimolo avere un progetto in mente e nel cuore, tornare su di esso per controllare i progressi, i passi in avanti, le imperfezioni da limare. Trovare nuovi innesti, migliorie, integrazioni, evoluzioni. Il viaggio: lo zainetto Quando si intraprende un viaggio, la preparazione è importante. Talvolta è un viaggio breve, a volte può essere un trasferimento significativo, un volo o un trasferimento transoceanico, là, all’arrivo, può iniziare un nuovo capitolo della nostra vita. E’ bene essere preparati. Sia per non avere imprevisti o difficoltà improvvise, sia per decoro e dignità personale. Essere pronti, in ordine, avere padronanza della situazione, fare bella figura quando si approda nel nuovo posto, nelle nuove lande, nel nuovo mondo. Avremo quindi cura della borsa da viaggio e dello zainetto, che ci siano le cose essenziali, a portata di mano, salviette, acqua, un maglioncino per eventuale freddo, occhiali da sole, una sciarpetta, un cambio di biancheria. Lo zainetto è la memoria delle cose buone fatte, sistemate, nessun sospeso, così da non lasciare rimpianti, così da non avere rimpianti. Così da lasciare un buon ricordo ed avere la soddisfazione di aver fatto tutto per bene, nessun debito, nessun credito, nessun rimpianto. Cuore leggero quando si parte, altrimenti l’aereo o il mezzo di trasporto utilizzato si appesantiscono improvvisamente. Quando ci avviciniamo al trapasso, a lasciare questo mondo, è bene aver sistemato tutto. Anche dal punto di vista economico. Qualcuno può dipendere da cosa lasciamo e in quali mani mettiamo le residue possibilità di aiuto o di sostentamento che possiamo fornire a persone care se a noi sono ancora collegate e in noi in qualche modo confidano. Se abbiamo insegnamenti, missioni, programmi da completare facciamo in modo che nulla vada perso, né disperso, né sprecato. Lasciamo in mani capaci la nostra eredità materiale, morale, spirituale. Abbiamo sospesi? Qualcuno da salutare? Qualcuno da liberare? Da lasciare andare? Qualcuno con cui conciliarci? Ebbene, non va perso tempo, perché di tempo potrebbe non essercene molto. Lucidità, saggezza, cuore puro. Capacità di chiedere aiuto se siamo in difficoltà nel risolvere tutto e in poco tempo. Gli aiuti arriveranno, dalla terra e dal Cielo. Purezza e verità sono sempre accompagnati da buoni aiuti. Gli aiutatori invisibili che operano affinché quelli visibili si manifestano sono attenti e disponibili verso chi è animato da purezza e verità. L’animo pronto Conclusa la prima parte, possiamo dedicarci al viaggiatore, poiché lo zainetto non viaggia da solo. In realtà lo zainetto è incorporeo e talvolta leggerissimo. Sono le cose buone fatte e risolte prima della partenza, oppure a volte sono semplicemente le cose lasciate andare e vaporizzate: rimpianti, rancori, insoddisfazioni, incomprensioni. Il Padre Celeste ama gli spiriti generosi, talvolta interi fardelli si liberano, per noi e per chi rimane, in breve tempo, con un sincero e profondo atto di perdono. “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. La promessa del Maestro di Nazareth riecheggia come aria fresca di montagna nei polmoni, il sorriso può velocemente allargarsi sul nostro viso. Lo zainetto ben sistemato, di cose buone fatte e cose meno buone scaricate come zavorra opaca e tossica, già ha permesso di passare ad altro. Di lavorare alla scultura, all’animo da rendere pronto. Sì, è prossimo l’incontro con il Padre Celeste e qualcosa va riconsegnato. L’anima. L’anima è la protagonista del viaggio. E’ il noi stessi che compie il viaggio e raggiunge la meta ed è il frutto stesso del percorso, dell’esperienza di vita, del viaggio, è il mazzo di fiori che si consegna all’amata o all’amato che ci verranno incontro al termine del viaggio. E’ sia il contenitore delle cose belle che abbiamo capito e visto e sperimentato, che il contenuto, ovvero ciò che siamo diventati. Siamo nel Regno di Dio, in una sua emanazione, qui non dobbiamo ragionare con la rigidità delle regole che troviamo sulla terra, nel regno degli uomini. Qui un atto d’amore può rendere magnificente e luminosa anche un’anima che si è trascinata sofferenza, difficoltà, affanni. L’artista e la propria opera Morire guariti è affermazione che può sembrare paradossale, ma se il corpo deve concludere il proprio viaggio, l’anima ne inizia un altro. E’ bene che arrivi a destinazione guarita, serena, con speranza, con occhi puliti e un respiro luminoso. E’ un traguardo magnifico per l’anima arrivare a destinazione, tornare dal creatore limpida e guarita e traboccante di speranza. Vale la pena far sì che ciò avvenga. Non avviene in un giorno, ma chi crede in questo progetto, in questo sogno, in questa impresa, è come il saggio, il filosofo, l’artista che si dedica con cura, dedizione, passione, ad un’opera. Forse la più importante. Come si riesce in un’impresa? Al solito modo: studio, passione, lavoro, volontà, costanza, ispirazione. Si pesca in sé tutto il bello che c’è e si agisce. Ci si può dedicare alla pulizia della propria anima, alla rigenerazione spirituale, dedicando tempo e intensità, attivando cuore e mente. Come lo sportivo che allena continuamente il proprio corpo in palestra, come lo scultore che affina la figura che sta emergendo dal marmo con sapienti e attenti colpi di scalpello, ruotando gli attrezzi, fino ad arrivare ad una sintonia sempre più fine. Il lavoro sapiente Non esiste un metodo universale per ogni persona ma alcuni elementi comuni possono giovare, portare conforto, aiuto, comprensione. La lettura del Vangelo, del messaggio di Gesù di Nazareth è un balsamo per l’anima che desidera ampliare il proprio respiro. Altre letture, quali la Bibbia stessa, il pensiero di alcuni Maestri spirituali (molti hanno attraversato la storia per aiutare l’uomo nel suo cammino e hanno lasciato vivide tracce), lo scritto di alcuni Santi, la visione pacificatrice che arriva dall’Oriente, l’insegnamento del Buddha, la lettura della Baghavad Gita. Ognuno può trovare più confacente alcune fonti o altre o può essere di grande utilità un’escursione verso più fonti di saggezza e spiritualità. I momenti di preghiera, di meditazione, di contemplazione, avvicinano l’anima a Dio e portano pace e bellezza nel cuore. Semplici riti, fatti in totale dedicazione e devozione, permettono di portare nella materia l’aggancio con le vibrazioni spirituali che attraversano la terra. L’acqua che ci ricorda il Battesimo e la figura del Figlio, portata alla fronte al mattino durante il segno della croce può completare il buon inizio della giornata. L’elemento fuoco, che è associabile allo Spirito Santo e al Suo insegnamento e alla Sua capacità di trasformazione è altro elemento che può essere portato consapevolmente nella nostra vita nella presenza di una candela accesa con devozione e provando a sentire quella fiamma di amore e ringraziamento nel proprio cuore reso docile e ricettivo al calore e alla grazia che può manifestarsi in noi. Il Padre è presente nell’elemento aria e lo possiamo portare in noi in ogni momento con il respiro, la Madre è presente nella materia, nella creazione visibile, nella bellezza della natura, nei fiori e nelle piante, nell’imponenza delle montagne, nel fragore del mare, nello spettacolo indimenticabile del cielo stellato. E’ tutto pronto e a nostra disposizione per nutrirci. Con l’animo grato e sincera devozione, tutto può divenire molto semplice e immediato e la grazia farsi strada in noi. Se lo zainetto non l’avevamo sistemato del tutto prima, possiamo farlo anche strada facendo. Parallelamente alla nostra evoluzione spirituale, tutto verrà più semplice. Saggezza, Fede, Consapevolezza, Purezza, Verità. Abbiamo tante carte da spendere per realizzare il nostro capolavoro, nessun valore ci è precluso, sono doni amorevoli del Padre Celeste, sono resi a noi disponibili. Si potrà arrivare a lucidare la statua marmorea di limpide forme, cercare il dettaglio da perfezionare (“Siate perfetti come lo è il Padre mio che sta nei Cieli”), accendere un incenso con la consapevolezza di essere quell’incenso che grazie all’azione del fuoco trasforma la materia, lasciano cadere le parti di natura inferiore per liberare il profumo che è l’espressione della nostra raggiunta evoluzione. A quel punto, sì, la nostra soddisfazione sarà davvero grande e alla serenità si affiancherà il balsamo di un’intensa felicità, penetrante e intensa come il profumo di incenso. A quel punto l’incontro con il Padre sarà vicino e noi saremo pronti.

Il Significato del Tau

Il Tau Il Tau non è un simbolo estetico di appartenenza, ma un simbolo di essenza. Il Tau è una lettera degli alfabeti greco ed ebraico corrispondente alla nostra T. Fin dai primi tempi della Chiesa cristiana il Tau venne assunto come segno di particolare devozione per divenire, con S. Francesco d’Assisi, supporto di una vera e propria mistica. Il motivo della importanza di questa lettera si trova nel Vecchio Testamento, al celebre testo di Ezechiele (9, 4): «Va attraverso la città, va attraverso Gerusalemme e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che ivi si commettono». Questo passo era stato commentato da tutti i Padri della Chiesa ed era frequentemente sviluppato nelle prediche del medioevo, rendendo così il Tau ed il suo significato molto diffuso tra il popolo. Il fervore popolare vedeva in questo segno un mezzo miracoloso per essere preservati dalle malattie. Nel medioevo, si portava il Tau sull’anello al dito o come amuleto al collo. Lo si disegnava su pergamene, lo si dipingeva sugli stipiti delle porte contro la peste. Nel Nuovo Testamento, Giovanni parla del Tau, senza citarne il nome, nel libro dell’Apocalisse (7, 2-14, 1-7), che presenta gli eletti come segnati sulla fronte dal Sigillo dell’Agnello, impresso da un angelo venuto dall’Oriente. Con San Francesco d’Assisi il Tau assume il significato che oggi riconosciamo in questo simbolo. San Francesco utilizzava con frequenza, a scopo di devozione, il Tau: «Familiare gli era la lettera Tau, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle» (3 Cel. 3, 828). Con tale sigillo, San Francesco firmava le sue lettere ogni qualvolta, per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto (3 Cel. 159, 980). Su se stesso, infine, San Francesco tracciava il segno del Tau per consacrare le sue azioni al Signore. Celano in questo modo racconta la visione di fra Pacifico: «Scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato Padre una grande lettera Tau che risplendeva di aureo fulgore» (3 Cel. 3, 828). San Francesco adottò il Tau come distintivo per se stesso per la forma stessa di questa lettera, la cui grafia è quella di una Croce. Nessun segno che ricordasse il Cristo era di poco conto agli occhi di Francesco. Così venerava il Tau, che gli richiamava l’amore per il Crocifisso. Questo comportamento acquista una particolare importanza se considerato in un’epoca in cui esistevano forti correnti eretiche che rifuggivano da questo stesso segno. Molto probabilmente, Francesco fu influenzato nella sua attenzione verso il Tau da un discorso di Papa Innocenzo III, tenuto l’11/11/1215, in apertura del IV Concilio Lateranense. Il Papa, facendo propria la parola di Dio al profeta Ezechiele, si rivolse a ciascun membro del Concilio: «Segnate con il Tau la fronte degli uomini, segnateli con la forma della Croce prima che fosse posto il cartello di Pilato. Uno porta sulla fronte il segno del Tau se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della Croce; si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati, si porta il Tau se si afferma: di nessun altro mi voglio gloriare se non della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Siate dunque campioni del Tau e della Croce». È probabile che Francesco, presente a quel Concilio in cui fu approvata la Regola Francescana, volle, per obbedienza al Papa, segnare se stesso con il Tau della penitenza e, segnando i suoi frati, richiamare le esigenze della vocazione. Analizzando il contenuto spirituale del Tau in San Francesco, si distinguono quattro grandi temi essenziali per la fede e la mistica francescana. 1) Il Tau è salvezza Nessuno può essere salvato se non è "segnato" con il Tau, o, più in generale, con una Croce. Francesco vedeva in questo segno una nuova certezza di salvezza. Il giorno in cui si accorse che frate Leone era assalito dal dubbio sul suo destino eterno, Francesco disegnò la lettera del Tau e gli restituì la speranza. 2) Il Tau è salvezza attraverso la Croce Alla salvezza si giunge attraverso il battesimo nel sangue di Cristo, sparso sulla Croce. Tale è il mistero di ogni Croce e del segno del Tau. San Francesco prega: «Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo perché con la Tua Santa Croce hai redento il mondo». La spiritualità del Tau è la spiritualità della Croce, cioè dell’amore di Cristo, morto per noi sulla Croce. 3) Il Tau è salvezza attraverso la penitenza Se la Croce porta salvezza, è necessario rinnovare quotidianamente il mistero della Croce in noi stessi, portando ogni giorno la Santa Croce del Signore Nostro Gesù Cristo. Questa è la crociata del Tau, predicata da San Francesco, costituita non da armati per conquistare Gerusalemme, ma da uomini penitenti venuti da Assisi per predicare a tutti: «Fate penitenza, fate frutti degni di penitenza». Come Gesù aveva detto «Chi vuole seguirmi deve portare la Croce», così Francesco si rivolge a noi tutti dicendo «Chi vuole seguirmi deve essere segnato con il Tau, che ha la forma di una Croce». 4) Il Tau è segno di vita e vittoria La liturgia del tempo di Francesco fornisce al Tau gli stessi attributi che venivano dati alla Croce: «Est Tau vivifico insignitus... crucifixi servulus». Frequente, anche, a quel tempo, era considerare il Tau come segno di vittoria. San Francesco non avrebbe potuto non cantare la sua gioia di essere stato salvato: «Io non mi voglio gloriare se non nella Croce del Nostro Signore» (Fior. 8, 1836). In definitiva, il Tau è simbolo di conversione permanente e di rinuncia alla proprietà. Convertirsi, lasciarsi segnare dal Tau, è farsi poveri. Questo è un poemetto dedicato dai frati a Madonna Povertà: «Eri con Gesù sotto i clamori dei giudei, sotto gli schiaffi e gli sputi, sotto le frustate; perfino sulla croce subivi con lui la tortura. Ma finalmente, quando Egli salì al cielo, ti lasciò il Tau, il sigillo del Re dei cieli, per segnare gli eletti, affinché, chiunque aspirasse al Regno eterno, venisse a trovarti e a supplicarti di introdurlo dove è possibile entrare solo segnato con il tuo sigillo».

ELABORAZIONE DEL LUTTO

Prima di tutto dobbiamo capire il lutto. Elaborare il proprio lutto necessita tempo ed energia, e quando è possibile, una guida competente. Non si possono imporre regole, tempi o metodologie standard. Si può “semplicemente” ascoltare, accogliere, condividere, accompagnare e poi, quando ci sembrerà il momento, proporre delle linee-guida. Vorremmo offrire agli operatori, e a chiunque si avvicini alla situazione del lutto, alcuni punti di riferimento sui diversi tipi di lutto, su quanto è possibile definire una normale elaborazione e sui segni che preludono all’installazione di una situazione di lutto cronico o patologico. Per Freud, quello che viene definito il lavoro di lutto, è indispensabile per riacquistare un equilibrio, ma può solo iniziare dopo la fine delle fasi del rifiuto e della collera che avvengono successivamente al decesso. Il processo del lutto segue delle tappe che obbediscono a vari fattori. Secondo la cultura e l’indole della persona in lutto, i segni esteriori variano passando da dimostrazioni apparentemente esagerate e volutamente vistose per tutti ad atteggiamenti più privati, ma non meno sentiti. Le reali tappe del lutto e le sue espressioni sono però legate alla presa di coscienza della perdita che avviene dopo il rifiuto, la ricerca dell’oggetto perso, l’agitazione, l’apatia... Risulta necessario vincere lo stato di schok. Secondo i casi, si verificano: un peggioramento repentino della salute, una paralisi delle funzioni organiche importanti come il sonno, il mangiare, una profonda stanchezza, una totale apatia, uno stato di collera permanente contro tutti. Segue spesso uno stato di depressione. Alcuni si manifestano da soli, altri si associano, alcuni non sono forse stati contemplati. I primi segni si verificano a livello somatico: ritmi di vita scombussolati (in relazione alle abitudini), stato vigile e sonno perturbato, agitazione, insonnia, sonni agitati, allucinazioni visive ed uditive... ipersonnia (sonno-fuga). Abitudini alimentari sconvolte (anoressia oppure bulimia, nausee e vomito, perdita del gusto), rischio di alcolizzazione legato alla solitudine (l’alcool viene utilizzato nella sua funzione di stimolatore e anti-depressore), aumento del fumo, uso di stupefacenti, fuga nel sesso o castità morbosa. Astenia, stanchezza totale, mancanza di tonus, pigrizia anche nel comunicare, parlare rallentato, tono di voce bassa... Tendenze al suicidio, ricerca della morte non riconosciuta (velocità in macchina, in moto, motorino... cercare delle occasioni per provocare la morte senza mettere volontariamente in esecuzione il desiderio inconscio) o negazione del vivere (morire per anoressia, o di malattia per rifiuto manifesto o sospensione delle cure). L’intenzione è di raggiungere il caro deceduto. L’iper-attivismo, la violenza (aggressività verso gli altri o verso se stessi) sono altre manifestazioni dello stesso problema... Ogni scelta di una o altra “soluzione” ha come scopo scappare dalla realtà considerata inaccettabile. Gli effetti della incapacità di adattarsi alla nuova dimensione di vita si verificano anche a livello intellettuale. Diminuzione delle capacità intellettuali, dell’attenzione e della concentrazione, dell’apprendimento, cattivo funzionamento della memoria, difficoltà nell’esecuzione degli automatismi con la consapevolezza di un cambiamento riduttivo di se stessi. Questa situazione porta un aumento del senso di colpa con un progressivo isolamento dagli altri come auto punizione, e una conseguente perdita di autostima, ciclo vizioso che alimenta la nevrosi. Lo stesso avviene sul piano affettivo. Tristezza e pessimismo sono l’aspetto dominante del carattere di chi sta nella prima fase del lutto. Nega tutto in blocco, rifiuta spesso l’aiuto degli altri, conoscenti, amici o membri della famiglia. Apertamente, o nella sua solitudine, ha tendenza all’autocommiserazione. Diventa ipersensibile e suscettibile con una tendenza a denigrare gli altri, la loro solidarietà, fino all’aggressione verso di loro e verso se stesso che può spingersi all’autolesionismo. Nello stesso tempo, la persona vive un forte senso di colpa per la consapevolezza dell’ingiustizia del proprio atteggiamento verso le persone care. La manifestazione della sua ansia può passare dalle crisi di pianto incontrollabile al riso isterico, al compiere atti ripetitivi o discorsi che faceva prima con il defunto, in modo compulsivo. Il senso di colpa è complesso e non identificato chiaramente da chi lo subisce. Va dalla colpevolizzazione per la morte dell’altro, all’autocritica per un’assistenza insufficiente, al non detto, al mal fatto, ad un giudizio esacerbato sugli sbagli e dimenticanze eventuali o peccati commessi. Tutti i ripianti, i sogni infranti e quello che si è sempre rimosso escono adesso alla superficie, in modo disordinato e distruttivo. La tendenza al rifiuto di qualsiasi manifestazione di piacere, anche il più semplice e banale, viene messo a mo’ di regola: rifiuto di incontrare amici cari, di uscire... Fuga da luoghi o da persone che esprimono allegria e che aumentano la propria sofferenza. Un altro aspetto importante che blocca il necessario distacco è l’idealizzazione della persona deceduta. Per alcuni risulta necessario quello che si può definire il processo di santificazione. L’immagine del defunto viene ripulita e glorificata e la persona in lutto si sente investita del ruolo di protettore, difensore, custode della purezza del ricordo. L’accettazione è l’ultima fase che permette una ricostruzione del proprio Io. E’ il momento in cui si riesce a raccogliere i pezzi del puzzle sparsi ed a ricomporre la struttura della propria personalità. Non si nega più, non si cancella la realtà, la si accetta. L’accettazione intellettuale rende consapevole l’inevitabilità del cambiamento radicale dell’esistenza: la vita non sarà mai più come prima. Il ritorno alla vita quotidiana diventa possibile con l’accettazione della ripresa del proprio ruolo e l’assunzione degli obblighi familiari, sociali e professionali. L’immagine onnipresente del defunto diminuisce, si integra con armonia nella personalità dell’altro, l’arricchisce. Secondo i valori, la cultura, le scelte, i bisogni di ognuno, diventano possibili nuovi attaccamenti affettivi, oppure la sublimazione consapevole nella ricerca di una nuova dimensione della vita. Per riassumere in due parole, trattasi della scoperta di una nuova motivazione esistenziale come risultato finale del processo di elaborazione.

Discorso di Papa Benedetto XVI durante l'incontro nel Konzerthaus

Discorso di Papa Benedetto XVI durante l'incontro nel Konzerthaus - Associazione Aurlindin Onlus

Discorso di Papa Benedetto XVI durante l'incontro nel Konzerthaus

“Ho atteso con gioia particolare questo incontro con voi che si realizza verso la fine della mia visita in Austria. E naturalmente si aggiunge ancora la gioia di aver potuto sentire non solo una meravigliosa interpretazione di Mozart, ma inaspettatamente anche i "Wiener Sängerknaben". Ringrazio di tutto cuore! È bello incontrare persone che nella nostra società cercano di dare al messaggio del Vangelo un volto; vedere persone anziane e giovani, che rendono concretamente sperimentabile nella Chiesa e nella società quell'amore dal quale noi, come cristiani, dobbiamo essere conquistati: è l'amore di Dio che ci fa riconoscere nell'altro il prossimo, il fratello o la sorella! Sono pieno di gratitudine e di ammirazione per il generoso impegno nel volontariato di tante persone di diversa età in questo Paese; a voi tutti e a coloro che rivestono un incarico a titolo gratuito in Austria vorrei oggi esprimere la mia particolare considerazione. Ringrazio di cuore Lei, stimato Signor Presidente, e Lei, caro Arcivescovo di Salisburgo, come soprattutto voi, giovani rappresentanti dei volontari in Austria, per le parole belle e profonde che mi sono state rivolte. Grazie a Dio è per molti una questione d'onore impegnarsi volontariamente per gli altri, per un'associazione, per un'unione o per determinate situazioni di bene comune. Un tale impegno significa anzitutto un'occasione per formare la propria personalità e per inserirsi con un contributo attivo e responsabile nella vita sociale. La disponibilità ad un'attività volontaristica, tuttavia, si basa a volte su molteplici e fra loro diverse motivazioni. Spesso c'è all'origine semplicemente il desiderio di fare qualcosa che abbia senso e sia utile e di aprire nuovi campi di esperienza. I giovani cercano in ciò naturalmente e con buona ragione anche gioia ed eventi belli, un'esperienza di autentico cameratismo in una comune attività ricca di senso. Spesso le idee e le iniziative personali si collegano con un fattivo amore del prossimo; così il singolo viene integrato in una comunità che lo sostiene. Vorrei a questo punto esprimere il mio ringraziamento molto sentito per la marcata "cultura del volontariato" in Austria. Vorrei ringraziare ogni donna, ogni uomo, tutti i giovani e tutti i bambini - l'impegno volontaristico dei bambini, infatti, non di rado è imponente; si pensi solo all'azione dei "Sternsinger" nel tempo natalizio; Lei, caro Arcivescovo, l'ha ha già menzionato. Soprattutto vorrei ringraziare anche per quei piccoli e grandi servizi e fatiche che non sempre danno nell'occhio. Grazie e "Vergelt's Gott" per il vostro contributo all'edificazione di una "civiltà dell'amore", che si pone al servizio di tutti e crea Patria! L'amore del prossimo non si può delegare; lo Stato e la politica, con le pur necessarie premure per lo Stato sociale, - Lei, Signor Presidente, l'ha affermato - non possono sostituirlo. L'amore del prossimo richiede sempre l'impegno personale e volontario, per il quale certamente lo Stato può e deve creare condizioni generali favorevoli. Grazie a questo impegno, l'aiuto mantiene la sua dimensione umana e non viene spersonalizzato. E proprio per questo voi volontari non siete "tappabuchi" nella rete sociale, ma persone che veramente contribuiscono al volto umano e cristiano della nostra società. Proprio i giovani desiderano che le loro capacità e i loro talenti vengano "suscitati e scoperti". I volontari vogliono essere chiamati in causa personalmente. "Ho bisogno di te!", "Tu ne sei capace!": quanto ci fa bene una tale richiesta! Proprio nella sua semplicità umana, essa ci rimanda in modo indiretto a quel Dio che ha voluto ciascuno di noi e che a ciascuno di noi ha dato il suo compito personale, anzi, che ha bisogno di ciascuno di noi e aspetta il nostro impegno. Così Gesù ha chiamato gli uomini e ha dato loro il coraggio per la cosa grande che essi da sé non si sarebbero sentiti capaci di fare. Lasciarsi chiamare, decidersi e poi intraprendere un cammino senza la solita domanda circa l'utilità e il profitto - questo atteggiamento lascerà tracce risanatrici. I santi hanno indicato questa via con la loro vita. È un cammino interessante ed appassionante, un cammino generoso e, proprio oggi, attuale. Il "sì" a un impegno volontaristico e solidale è una decisione che rende liberi e aperti alle necessità dell'altro; alle esigenze della giustizia, della difesa della vita e della salvaguardia del creato. Negli impegni di volontariato entra in gioco la dimensione-chiave dell'immagine cristiana di Dio e dell'uomo: l'amore di Dio e l'amore del prossimo. Cari volontari, signore e signori! L'impegnarsi a titolo volontaristico costituisce un'eco della gratitudine ed è la trasmissione dell'amore ricevuto. "Deus vult condiligentes - Dio vuole persone che amino con Lui", affermava il teologo Duns Scoto nel XIV secolo.1 Visto così, l'impegno a titolo gratuito ha molto a che fare con la Grazia. Una cultura che vuole conteggiare tutto e tutto pagare, che colloca il rapporto tra gli uomini in una sorta di busto costrittivo di diritti e di doveri, sperimenta grazie alle innumerevoli persone impegnate a titolo gratuito che la vita stessa è un dono immeritato. Per quanto diverse, molteplici o anche contraddittorie possano essere le motivazioni e anche le vie dell'impegno volontaristico, alla base di tutte sta in fin dei conti quella profonda comunanza che scaturisce dalla "gratuità". È gratuitamente che abbiamo ricevuto la vita dal nostro Creatore, gratuitamente siamo stati liberati dalla via cieca del peccato e del male, gratuitamente ci è stato dato lo Spirito con i suoi molteplici doni. Nella mia Enciclica ho scritto: "L'amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi"2. "Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare. Questo compito è grazia"3. Gratuitamente trasmettiamo ciò che abbiamo ricevuto, mediante il nostro impegno, la nostra carica volontaristica. Questa logica della gratuità è collocata al di là del semplice dovere e potere morale. Senza impegno volontaristico il bene comune e la società non potevano, non possono e non potranno perdurare. La spontanea disponibilità vive e si dimostra al di là del calcolo e del contraccambio atteso; essa rompe le regole dell'economia di mercato. L'uomo, infatti, è molto più di un semplice fattore economico da valutare secondo criteri economici. Il progresso e la dignità di una società dipendono sempre di nuovo proprio da quelle persone che fanno più del loro stretto dovere. Signore e signori! L'impegno volontaristico è un servizio alla dignità dell'uomo fondata nel suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio. Ireneo di Lione, nel II secolo, ha detto: "La gloria di Dio è l'uomo vivente e la vita dell'uomo è la visione di Dio"4. E Nicola Cusano, nella sua opera sulla visione di Dio ha sviluppato questo pensiero così: "Poiché l'occhio è là dove si trova l'amore, sento che Tu mi ami... Il Tuo guardare, Signore, è amare... Guardandomi, Tu, Dio recondito, ti fai scorgere da me... Il Tuo guardare è vivificare... Il Tuo guardare significa operare"5. Lo sguardo di Dio - lo sguardo di Gesù ci contagia con l'amore di Dio. Vi sono sguardi che possono andare nel vuoto o addirittura disprezzare. E sguardi che possono conferire riguardo ed esprimere amore. Le persone impegnate gratuitamente conferiscono al prossimo considerazione, ricordano la dignità dell'uomo e suscitano gioia di vita e speranza. Gli esponenti del volontariato sono custodi ed avvocati dei diritti dell'uomo e della sua dignità. Con lo sguardo di Gesù è collegata ancora un'altra forma del guardare. "Lo vide e passò oltre", si legge nel Vangelo del sacerdote e del levita che vedono l'uomo mezzo morto giacere al margine della strada, ma non intervengono (cfr Lc 10, 31.32). C'è chi vede e finge di non vedere, ha la necessità davanti ai suoi occhi e tuttavia rimane indifferente, questo fa parte delle correnti fredde del nostro tempo. Nello sguardo degli altri, proprio di quell'altro che ha bisogno del nostro aiuto, sperimentiamo l'esigenza concreta dell'amore cristiano. Gesù Cristo non ci insegna una mistica "degli occhi chiusi", ma una mistica "dello sguardo aperto" e con ciò del dovere assoluto di percepire la condizione degli altri, la situazione in cui si trova quell'uomo che, secondo il Vangelo, è nostro prossimo. Lo sguardo di Gesù, la scuola degli occhi di Gesù introduce in una vicinanza umana, nella solidarietà, nella condivisione del tempo, nella condivisione delle doti e anche dei beni materiali. Perciò "quanti operano nelle Istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento - importante anche questo -, ma si dedicano all'altro con le attenzioni suggerite dal cuore... Questo cuore vede dove c'è bisogno di amore e agisce in modo conseguente"6. Sì, "devo diventare una persona che ama, una persona il cui cuore è aperto per lasciarsi turbare di fronte al bisogno dell'altro. Allora trovo il mio prossimo, o meglio: è lui a trovarmi".7 Infine, il comandamento dell'amore di Dio e del prossimo (cfr Mt 22, 37-40; Lc 10, 27) ci ricorda che a Dio stesso, mediante l'amore del prossimo, noi cristiani tributiamo l'onore. È già stata citata dall'Arcivescovo Kothgasser la parola di Gesù: "Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatto a me!" (Mt 25, 40). Se nell'uomo concreto che incontriamo è presente Gesù, allora l'attività a titolo gratuito può diventare un'esperienza di Dio. La partecipazione alle situazioni ed alle necessità degli uomini conduce ad un "nuovo" stare insieme ed opera "producendo senso". Così il servizio gratuito può aiutare a far uscire le persone dall'isolamento e ad integrarle nella comunità. Alla fine vorrei ricordare la forza e l'importanza della preghiera per quanti sono impegnati nel lavoro caritativo. La preghiera a Dio è via di uscita dall'ideologia o dalla rassegnazione di fronte all'illimitatezza del bisogno. "I cristiani continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella «bontà di Dio» e nel «suo amore per gli uomini» (Tt 3, 4). Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi"8. Cari collaboratori volontari e a titolo onorifico delle opere di soccorso in Austria, signore e signori! Quando uno non fa solo il suo dovere nella professione e nella famiglia - e per farlo bene ci vuole già molta forza e un grande amore -, ma s'impegna inoltre per gli altri, mettendo il suo prezioso tempo libero a servizio dell'uomo e della sua dignità, il suo cuore si dilata. I volontari non comprendono il concetto di prossimo in modo stretto; essi riconoscono anche nel "lontano" il prossimo che da Dio è accettato e che, con il nostro aiuto, deve essere raggiunto dall'opera di redenzione compiuta da Cristo. L'altro, il prossimo nel senso del Vangelo, diventa per noi come un partner privilegiato di fronte alle pressioni e costrizioni del mondo, in cui viviamo. Chi rispetta la "priorità del prossimo", vive ed agisce secondo il Vangelo e prende parte anche alla missione della Chiesa, che sempre guarda l'uomo intero e vuol fargli sentire l'amore di Dio. Cari volontari, la Chiesa sostiene il vostro servizio pienamente. Sono convinto che dai volontari dell'Austria anche in futuro proverrà molta benedizione e vi accompagno tutti con la mia preghiera. Chiedo per tutti voi la gioia del Signore (cfr Ne 8, 10) che è la nostra forza. Il buon Dio vi sia sempre vicino e vi guidi continuamente mediante l'aiuto della sua grazia.