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Articoli, Notizie ed Eventi

ARTISTA CHE REALIZZA IL PROPRIO CAPOLAVORO

 

articolo a cura di Giovanni Colombo

La Felicità dell’Artista che realizza il proprio Capolavoro Il colloquio con chi si avvicina al proprio viaggio finale Il trapasso è questo: è un viaggio. L’accompagnamento di chi sa che il suo orizzonte è quello del trapasso, è difficile, doloroso, può avere i tratti della disperazione e della ribellione. Ci sono varie fasi, qui mi concentro sull’ultima fase, sulla fase terminale, della vita che volge al termine, quando ci può essere concesso dalle leggi di natura un tempo di attesa, riflessione, commiato. Con molta attenzione, pazienza, tatto, rispetto, dopo opportuna conoscenza e confidenza e disponibilità all’ascolto si può tentare un percorso assieme che porti al malato terminale, prima un po’ di serenità, poi pace, poi un progetto. Sì, l’uomo ben convive con un progetto. E’ di grande stimolo avere un progetto in mente e nel cuore, tornare su di esso per controllare i progressi, i passi in avanti, le imperfezioni da limare. Trovare nuovi innesti, migliorie, integrazioni, evoluzioni. Il viaggio: lo zainetto Quando si intraprende un viaggio, la preparazione è importante. Talvolta è un viaggio breve, a volte può essere un trasferimento significativo, un volo o un trasferimento transoceanico, là, all’arrivo, può iniziare un nuovo capitolo della nostra vita. E’ bene essere preparati. Sia per non avere imprevisti o difficoltà improvvise, sia per decoro e dignità personale. Essere pronti, in ordine, avere padronanza della situazione, fare bella figura quando si approda nel nuovo posto, nelle nuove lande, nel nuovo mondo. Avremo quindi cura della borsa da viaggio e dello zainetto, che ci siano le cose essenziali, a portata di mano, salviette, acqua, un maglioncino per eventuale freddo, occhiali da sole, una sciarpetta, un cambio di biancheria. Lo zainetto è la memoria delle cose buone fatte, sistemate, nessun sospeso, così da non lasciare rimpianti, così da non avere rimpianti. Così da lasciare un buon ricordo ed avere la soddisfazione di aver fatto tutto per bene, nessun debito, nessun credito, nessun rimpianto. Cuore leggero quando si parte, altrimenti l’aereo o il mezzo di trasporto utilizzato si appesantiscono improvvisamente. Quando ci avviciniamo al trapasso, a lasciare questo mondo, è bene aver sistemato tutto. Anche dal punto di vista economico. Qualcuno può dipendere da cosa lasciamo e in quali mani mettiamo le residue possibilità di aiuto o di sostentamento che possiamo fornire a persone care se a noi sono ancora collegate e in noi in qualche modo confidano. Se abbiamo insegnamenti, missioni, programmi da completare facciamo in modo che nulla vada perso, né disperso, né sprecato. Lasciamo in mani capaci la nostra eredità materiale, morale, spirituale. Abbiamo sospesi? Qualcuno da salutare? Qualcuno da liberare? Da lasciare andare? Qualcuno con cui conciliarci? Ebbene, non va perso tempo, perché di tempo potrebbe non essercene molto. Lucidità, saggezza, cuore puro. Capacità di chiedere aiuto se siamo in difficoltà nel risolvere tutto e in poco tempo. Gli aiuti arriveranno, dalla terra e dal Cielo. Purezza e verità sono sempre accompagnati da buoni aiuti. Gli aiutatori invisibili che operano affinché quelli visibili si manifestano sono attenti e disponibili verso chi è animato da purezza e verità. L’animo pronto Conclusa la prima parte, possiamo dedicarci al viaggiatore, poiché lo zainetto non viaggia da solo. In realtà lo zainetto è incorporeo e talvolta leggerissimo. Sono le cose buone fatte e risolte prima della partenza, oppure a volte sono semplicemente le cose lasciate andare e vaporizzate: rimpianti, rancori, insoddisfazioni, incomprensioni. Il Padre Celeste ama gli spiriti generosi, talvolta interi fardelli si liberano, per noi e per chi rimane, in breve tempo, con un sincero e profondo atto di perdono. “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. La promessa del Maestro di Nazareth riecheggia come aria fresca di montagna nei polmoni, il sorriso può velocemente allargarsi sul nostro viso. Lo zainetto ben sistemato, di cose buone fatte e cose meno buone scaricate come zavorra opaca e tossica, già ha permesso di passare ad altro. Di lavorare alla scultura, all’animo da rendere pronto. Sì, è prossimo l’incontro con il Padre Celeste e qualcosa va riconsegnato. L’anima. L’anima è la protagonista del viaggio. E’ il noi stessi che compie il viaggio e raggiunge la meta ed è il frutto stesso del percorso, dell’esperienza di vita, del viaggio, è il mazzo di fiori che si consegna all’amata o all’amato che ci verranno incontro al termine del viaggio. E’ sia il contenitore delle cose belle che abbiamo capito e visto e sperimentato, che il contenuto, ovvero ciò che siamo diventati. Siamo nel Regno di Dio, in una sua emanazione, qui non dobbiamo ragionare con la rigidità delle regole che troviamo sulla terra, nel regno degli uomini. Qui un atto d’amore può rendere magnificente e luminosa anche un’anima che si è trascinata sofferenza, difficoltà, affanni. L’artista e la propria opera Morire guariti è affermazione che può sembrare paradossale, ma se il corpo deve concludere il proprio viaggio, l’anima ne inizia un altro. E’ bene che arrivi a destinazione guarita, serena, con speranza, con occhi puliti e un respiro luminoso. E’ un traguardo magnifico per l’anima arrivare a destinazione, tornare dal creatore limpida e guarita e traboccante di speranza. Vale la pena far sì che ciò avvenga. Non avviene in un giorno, ma chi crede in questo progetto, in questo sogno, in questa impresa, è come il saggio, il filosofo, l’artista che si dedica con cura, dedizione, passione, ad un’opera. Forse la più importante. Come si riesce in un’impresa? Al solito modo: studio, passione, lavoro, volontà, costanza, ispirazione. Si pesca in sé tutto il bello che c’è e si agisce. Ci si può dedicare alla pulizia della propria anima, alla rigenerazione spirituale, dedicando tempo e intensità, attivando cuore e mente. Come lo sportivo che allena continuamente il proprio corpo in palestra, come lo scultore che affina la figura che sta emergendo dal marmo con sapienti e attenti colpi di scalpello, ruotando gli attrezzi, fino ad arrivare ad una sintonia sempre più fine. Il lavoro sapiente Non esiste un metodo universale per ogni persona ma alcuni elementi comuni possono giovare, portare conforto, aiuto, comprensione. La lettura del Vangelo, del messaggio di Gesù di Nazareth è un balsamo per l’anima che desidera ampliare il proprio respiro. Altre letture, quali la Bibbia stessa, il pensiero di alcuni Maestri spirituali (molti hanno attraversato la storia per aiutare l’uomo nel suo cammino e hanno lasciato vivide tracce), lo scritto di alcuni Santi, la visione pacificatrice che arriva dall’Oriente, l’insegnamento del Buddha, la lettura della Baghavad Gita. Ognuno può trovare più confacente alcune fonti o altre o può essere di grande utilità un’escursione verso più fonti di saggezza e spiritualità. I momenti di preghiera, di meditazione, di contemplazione, avvicinano l’anima a Dio e portano pace e bellezza nel cuore. Semplici riti, fatti in totale dedicazione e devozione, permettono di portare nella materia l’aggancio con le vibrazioni spirituali che attraversano la terra. L’acqua che ci ricorda il Battesimo e la figura del Figlio, portata alla fronte al mattino durante il segno della croce può completare il buon inizio della giornata. L’elemento fuoco, che è associabile allo Spirito Santo e al Suo insegnamento e alla Sua capacità di trasformazione è altro elemento che può essere portato consapevolmente nella nostra vita nella presenza di una candela accesa con devozione e provando a sentire quella fiamma di amore e ringraziamento nel proprio cuore reso docile e ricettivo al calore e alla grazia che può manifestarsi in noi. Il Padre è presente nell’elemento aria e lo possiamo portare in noi in ogni momento con il respiro, la Madre è presente nella materia, nella creazione visibile, nella bellezza della natura, nei fiori e nelle piante, nell’imponenza delle montagne, nel fragore del mare, nello spettacolo indimenticabile del cielo stellato. E’ tutto pronto e a nostra disposizione per nutrirci. Con l’animo grato e sincera devozione, tutto può divenire molto semplice e immediato e la grazia farsi strada in noi. Se lo zainetto non l’avevamo sistemato del tutto prima, possiamo farlo anche strada facendo. Parallelamente alla nostra evoluzione spirituale, tutto verrà più semplice. Saggezza, Fede, Consapevolezza, Purezza, Verità. Abbiamo tante carte da spendere per realizzare il nostro capolavoro, nessun valore ci è precluso, sono doni amorevoli del Padre Celeste, sono resi a noi disponibili. Si potrà arrivare a lucidare la statua marmorea di limpide forme, cercare il dettaglio da perfezionare (“Siate perfetti come lo è il Padre mio che sta nei Cieli”), accendere un incenso con la consapevolezza di essere quell’incenso che grazie all’azione del fuoco trasforma la materia, lasciano cadere le parti di natura inferiore per liberare il profumo che è l’espressione della nostra raggiunta evoluzione. A quel punto, sì, la nostra soddisfazione sarà davvero grande e alla serenità si affiancherà il balsamo di un’intensa felicità, penetrante e intensa come il profumo di incenso. A quel punto l’incontro con il Padre sarà vicino e noi saremo pronti.

Il Significato del Tau

Il Significato del Tau - Associazione Aurlindin Onlus

Il Tau Il Tau non è un simbolo estetico di appartenenza, ma un simbolo di essenza. Il Tau è una lettera degli alfabeti greco ed ebraico corrispondente alla nostra T. Fin dai primi tempi della Chiesa cristiana il Tau venne assunto come segno di particolare devozione per divenire, con S. Francesco d’Assisi, supporto di una vera e propria mistica. Il motivo della importanza di questa lettera si trova nel Vecchio Testamento, al celebre testo di Ezechiele (9, 4): «Va attraverso la città, va attraverso Gerusalemme e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che ivi si commettono». Questo passo era stato commentato da tutti i Padri della Chiesa ed era frequentemente sviluppato nelle prediche del medioevo, rendendo così il Tau ed il suo significato molto diffuso tra il popolo. Il fervore popolare vedeva in questo segno un mezzo miracoloso per essere preservati dalle malattie. Nel medioevo, si portava il Tau sull’anello al dito o come amuleto al collo. Lo si disegnava su pergamene, lo si dipingeva sugli stipiti delle porte contro la peste. Nel Nuovo Testamento, Giovanni parla del Tau, senza citarne il nome, nel libro dell’Apocalisse (7, 2-14, 1-7), che presenta gli eletti come segnati sulla fronte dal Sigillo dell’Agnello, impresso da un angelo venuto dall’Oriente. Con San Francesco d’Assisi il Tau assume il significato che oggi riconosciamo in questo simbolo. San Francesco utilizzava con frequenza, a scopo di devozione, il Tau: «Familiare gli era la lettera Tau, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle» (3 Cel. 3, 828). Con tale sigillo, San Francesco firmava le sue lettere ogni qualvolta, per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto (3 Cel. 159, 980). Su se stesso, infine, San Francesco tracciava il segno del Tau per consacrare le sue azioni al Signore. Celano in questo modo racconta la visione di fra Pacifico: «Scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato Padre una grande lettera Tau che risplendeva di aureo fulgore» (3 Cel. 3, 828). San Francesco adottò il Tau come distintivo per se stesso per la forma stessa di questa lettera, la cui grafia è quella di una Croce. Nessun segno che ricordasse il Cristo era di poco conto agli occhi di Francesco. Così venerava il Tau, che gli richiamava l’amore per il Crocifisso. Questo comportamento acquista una particolare importanza se considerato in un’epoca in cui esistevano forti correnti eretiche che rifuggivano da questo stesso segno. Molto probabilmente, Francesco fu influenzato nella sua attenzione verso il Tau da un discorso di Papa Innocenzo III, tenuto l’11/11/1215, in apertura del IV Concilio Lateranense. Il Papa, facendo propria la parola di Dio al profeta Ezechiele, si rivolse a ciascun membro del Concilio: «Segnate con il Tau la fronte degli uomini, segnateli con la forma della Croce prima che fosse posto il cartello di Pilato. Uno porta sulla fronte il segno del Tau se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della Croce; si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati, si porta il Tau se si afferma: di nessun altro mi voglio gloriare se non della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Siate dunque campioni del Tau e della Croce». È probabile che Francesco, presente a quel Concilio in cui fu approvata la Regola Francescana, volle, per obbedienza al Papa, segnare se stesso con il Tau della penitenza e, segnando i suoi frati, richiamare le esigenze della vocazione. Analizzando il contenuto spirituale del Tau in San Francesco, si distinguono quattro grandi temi essenziali per la fede e la mistica francescana. 1) Il Tau è salvezza Nessuno può essere salvato se non è "segnato" con il Tau, o, più in generale, con una Croce. Francesco vedeva in questo segno una nuova certezza di salvezza. Il giorno in cui si accorse che frate Leone era assalito dal dubbio sul suo destino eterno, Francesco disegnò la lettera del Tau e gli restituì la speranza. 2) Il Tau è salvezza attraverso la Croce Alla salvezza si giunge attraverso il battesimo nel sangue di Cristo, sparso sulla Croce. Tale è il mistero di ogni Croce e del segno del Tau. San Francesco prega: «Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo perché con la Tua Santa Croce hai redento il mondo». La spiritualità del Tau è la spiritualità della Croce, cioè dell’amore di Cristo, morto per noi sulla Croce. 3) Il Tau è salvezza attraverso la penitenza Se la Croce porta salvezza, è necessario rinnovare quotidianamente il mistero della Croce in noi stessi, portando ogni giorno la Santa Croce del Signore Nostro Gesù Cristo. Questa è la crociata del Tau, predicata da San Francesco, costituita non da armati per conquistare Gerusalemme, ma da uomini penitenti venuti da Assisi per predicare a tutti: «Fate penitenza, fate frutti degni di penitenza». Come Gesù aveva detto «Chi vuole seguirmi deve portare la Croce», così Francesco si rivolge a noi tutti dicendo «Chi vuole seguirmi deve essere segnato con il Tau, che ha la forma di una Croce». 4) Il Tau è segno di vita e vittoria La liturgia del tempo di Francesco fornisce al Tau gli stessi attributi che venivano dati alla Croce: «Est Tau vivifico insignitus... crucifixi servulus». Frequente, anche, a quel tempo, era considerare il Tau come segno di vittoria. San Francesco non avrebbe potuto non cantare la sua gioia di essere stato salvato: «Io non mi voglio gloriare se non nella Croce del Nostro Signore» (Fior. 8, 1836). In definitiva, il Tau è simbolo di conversione permanente e di rinuncia alla proprietà. Convertirsi, lasciarsi segnare dal Tau, è farsi poveri. Questo è un poemetto dedicato dai frati a Madonna Povertà: «Eri con Gesù sotto i clamori dei giudei, sotto gli schiaffi e gli sputi, sotto le frustate; perfino sulla croce subivi con lui la tortura. Ma finalmente, quando Egli salì al cielo, ti lasciò il Tau, il sigillo del Re dei cieli, per segnare gli eletti, affinché, chiunque aspirasse al Regno eterno, venisse a trovarti e a supplicarti di introdurlo dove è possibile entrare solo segnato con il tuo sigillo».

 - Associazione Aurlindin Onlus

ELABORAZIONE DEL LUTTO

Prima di tutto dobbiamo capire il lutto. Elaborare il proprio lutto necessita tempo ed energia, e quando è possibile, una guida competente. Non si possono imporre regole, tempi o metodologie standard. Si può “semplicemente” ascoltare, accogliere, condividere, accompagnare e poi, quando ci sembrerà il momento, proporre delle linee-guida. Vorremmo offrire agli operatori, e a chiunque si avvicini alla situazione del lutto, alcuni punti di riferimento sui diversi tipi di lutto, su quanto è possibile definire una normale elaborazione e sui segni che preludono all’installazione di una situazione di lutto cronico o patologico. Per Freud, quello che viene definito il lavoro di lutto, è indispensabile per riacquistare un equilibrio, ma può solo iniziare dopo la fine delle fasi del rifiuto e della collera che avvengono successivamente al decesso. Il processo del lutto segue delle tappe che obbediscono a vari fattori. Secondo la cultura e l’indole della persona in lutto, i segni esteriori variano passando da dimostrazioni apparentemente esagerate e volutamente vistose per tutti ad atteggiamenti più privati, ma non meno sentiti. Le reali tappe del lutto e le sue espressioni sono però legate alla presa di coscienza della perdita che avviene dopo il rifiuto, la ricerca dell’oggetto perso, l’agitazione, l’apatia... Risulta necessario vincere lo stato di schok. Secondo i casi, si verificano: un peggioramento repentino della salute, una paralisi delle funzioni organiche importanti come il sonno, il mangiare, una profonda stanchezza, una totale apatia, uno stato di collera permanente contro tutti. Segue spesso uno stato di depressione. Alcuni si manifestano da soli, altri si associano, alcuni non sono forse stati contemplati. I primi segni si verificano a livello somatico: ritmi di vita scombussolati (in relazione alle abitudini), stato vigile e sonno perturbato, agitazione, insonnia, sonni agitati, allucinazioni visive ed uditive... ipersonnia (sonno-fuga). Abitudini alimentari sconvolte (anoressia oppure bulimia, nausee e vomito, perdita del gusto), rischio di alcolizzazione legato alla solitudine (l’alcool viene utilizzato nella sua funzione di stimolatore e anti-depressore), aumento del fumo, uso di stupefacenti, fuga nel sesso o castità morbosa. Astenia, stanchezza totale, mancanza di tonus, pigrizia anche nel comunicare, parlare rallentato, tono di voce bassa... Tendenze al suicidio, ricerca della morte non riconosciuta (velocità in macchina, in moto, motorino... cercare delle occasioni per provocare la morte senza mettere volontariamente in esecuzione il desiderio inconscio) o negazione del vivere (morire per anoressia, o di malattia per rifiuto manifesto o sospensione delle cure). L’intenzione è di raggiungere il caro deceduto. L’iper-attivismo, la violenza (aggressività verso gli altri o verso se stessi) sono altre manifestazioni dello stesso problema... Ogni scelta di una o altra “soluzione” ha come scopo scappare dalla realtà considerata inaccettabile. Gli effetti della incapacità di adattarsi alla nuova dimensione di vita si verificano anche a livello intellettuale. Diminuzione delle capacità intellettuali, dell’attenzione e della concentrazione, dell’apprendimento, cattivo funzionamento della memoria, difficoltà nell’esecuzione degli automatismi con la consapevolezza di un cambiamento riduttivo di se stessi. Questa situazione porta un aumento del senso di colpa con un progressivo isolamento dagli altri come auto punizione, e una conseguente perdita di autostima, ciclo vizioso che alimenta la nevrosi. Lo stesso avviene sul piano affettivo. Tristezza e pessimismo sono l’aspetto dominante del carattere di chi sta nella prima fase del lutto. Nega tutto in blocco, rifiuta spesso l’aiuto degli altri, conoscenti, amici o membri della famiglia. Apertamente, o nella sua solitudine, ha tendenza all’autocommiserazione. Diventa ipersensibile e suscettibile con una tendenza a denigrare gli altri, la loro solidarietà, fino all’aggressione verso di loro e verso se stesso che può spingersi all’autolesionismo. Nello stesso tempo, la persona vive un forte senso di colpa per la consapevolezza dell’ingiustizia del proprio atteggiamento verso le persone care. La manifestazione della sua ansia può passare dalle crisi di pianto incontrollabile al riso isterico, al compiere atti ripetitivi o discorsi che faceva prima con il defunto, in modo compulsivo. Il senso di colpa è complesso e non identificato chiaramente da chi lo subisce. Va dalla colpevolizzazione per la morte dell’altro, all’autocritica per un’assistenza insufficiente, al non detto, al mal fatto, ad un giudizio esacerbato sugli sbagli e dimenticanze eventuali o peccati commessi. Tutti i ripianti, i sogni infranti e quello che si è sempre rimosso escono adesso alla superficie, in modo disordinato e distruttivo. La tendenza al rifiuto di qualsiasi manifestazione di piacere, anche il più semplice e banale, viene messo a mo’ di regola: rifiuto di incontrare amici cari, di uscire... Fuga da luoghi o da persone che esprimono allegria e che aumentano la propria sofferenza. Un altro aspetto importante che blocca il necessario distacco è l’idealizzazione della persona deceduta. Per alcuni risulta necessario quello che si può definire il processo di santificazione. L’immagine del defunto viene ripulita e glorificata e la persona in lutto si sente investita del ruolo di protettore, difensore, custode della purezza del ricordo. L’accettazione è l’ultima fase che permette una ricostruzione del proprio Io. E’ il momento in cui si riesce a raccogliere i pezzi del puzzle sparsi ed a ricomporre la struttura della propria personalità. Non si nega più, non si cancella la realtà, la si accetta. L’accettazione intellettuale rende consapevole l’inevitabilità del cambiamento radicale dell’esistenza: la vita non sarà mai più come prima. Il ritorno alla vita quotidiana diventa possibile con l’accettazione della ripresa del proprio ruolo e l’assunzione degli obblighi familiari, sociali e professionali. L’immagine onnipresente del defunto diminuisce, si integra con armonia nella personalità dell’altro, l’arricchisce. Secondo i valori, la cultura, le scelte, i bisogni di ognuno, diventano possibili nuovi attaccamenti affettivi, oppure la sublimazione consapevole nella ricerca di una nuova dimensione della vita. Per riassumere in due parole, trattasi della scoperta di una nuova motivazione esistenziale come risultato finale del processo di elaborazione.